Diciamo subito le cose come stanno: sono davvero molto felice di questa intervista!
Stavolta si parla d’arte e di tutela del territorio – due argomenti che m’interessano e che mi coinvolgono in modo particolare – e di archiviazione del paesaggio.
Ecco, diciamo che quest’ultimo concetto, a primo acchito, potrebbe apparire emblematico. Che cosa significa archiviare, contestualmente all’ambiente?
Di solito sentiamo parlare di gestione del paesaggio oppure di archiviazione di materiale fotografico, così, giusto per fare due esempi concreti, tanto per collegarci a qualcosa che suona familiare…
Eppure c’è qualcuno che è andato dall’altra parte del globo, che si è avventurato in mezzo alla natura e che è riuscito ad archiviarlo, il paesaggio, perseguendo oltretutto un obiettivo estremamente nobile: tutelare porzioni di territorio che stanno scomparendo.
Signore e signori, vi presento Giorgia Severi.

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Giorgia Severi sul West McDonald Range in Australia, 2016 (ph. Joanna Foster).

Nata nel 1984 a Ravenna, Giorgia è un’artista che ha dato il via alla propria formazione iscrivendosi, dapprima, all’Istituto d’Arte per il Mosaico e, successivamente, all’Accademia di Belle Arti della suddetta cittadina romagnola.
Il connubio arte-tutela della natura è una costante nei lavori di Giorgia.
A questo proposito, Country mi ha colpita in modo particolare: è un ambizioso progetto artistico dedicato al rapporto Uomo-Terra, realizzato in collaborazione con 48 artisti aborigeni provenienti da diverse zone australiane.
Attraverso il suo lavoro, Giorgia ha esplorato la relazione intima con il paesaggio sotto diversi punti di vista, raccontando storie di persone e di luoghi lontani e creando un ponte culturale fra i due continenti.

Ciao Giorgia, innanzitutto grazie di aver accettato l’intervista. Darei inizio alla nostra chiacchierata partendo da una mia piccola curiosità personale: come esternavi la tua creatività quando eri bambina? Ricordi qualche aneddoto?

“Ciao Anna! Spesso, di giorno, osservavo la natura e, passeggiando in pineta insieme a mia nonna, imparavo quali piante si potevano raccogliere. Passavo le sere in camera a disegnare e a leggere. Ricordo che mia madre apriva la porta della mia camera e mi chiedeva per quale ragione restassi sveglia fino a tardi…”.

Entriamo nel vivo dell’argomento, adesso: qual è l’obiettivo principale del tuo lavoro e che cosa ami rappresentare all’interno delle tue opere?

“La mia ricerca si focalizza sul paesaggio che cambia sempre più velocemente. Le opere sono l’archiviazione di porzioni di territorio che stanno per scomparire, così come le conosciamo ora. Sono frammenti di un ambiente che raccontano un passato geologico oppure impatti ambientali violenti dovuti all’azione antropica”.

Perché indagare il rapporto Uomo-natura?

“Perché ne facciamo parte”.

Con il progetto “Country” sei riuscita a creare un ponte fra Europa e Australia coinvolgendo moltissimi artisti aborigeni. Perché proprio quel Paese? Quali elementi del paesaggio hai scelto e per quale ragione?

“Ho dato il via al progetto Australia e a Country perché, come per altre terre, mi incuriosiva il rapporto antropico positivo nel paesaggio. La profonda e dettagliata conoscenza del territorio ha generato una cultura molto sofisticata che non è separabile dal paesaggio a più livelli.
Un uomo senza cultura è un uomo morto e non serve a nulla, mi ha detto una volta il sig. Ian Crombie, rappresentante per il territorio Yankunyitjatjara, durante una conversazione. Credo che questo debba farci riflettere molto.
I temi su cui lavorare sono stati decisi insieme a colleghi e ad artisti che partecipavano al progetto per una collaborazione aperta e alla pari. Il filo conduttore era la relazione intima con il paesaggio – che genera ricchezza culturale – esplorata da diversi punti di vista.
Insieme al Kayili Art Centre abbiamo affrontato il tema della donna, e del simbolo universale che la rappresenta, attraverso un’installazione di culle sospese fluttuanti realizzate dalle due diverse culture: le artiste aborigene hanno lavorato alla forma del colomoon, mentre io a quella della culla di vimini.

 

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Kaparliku, installazione, 56. Biennale di Venezia, Padiglione “Country”, Kayili Art Centre e Giorgia Severi, 2015.

 

A tutto ciò si è aggiunta una serie di 57 calcografie – a proposito di archiviazione di un paesaggio che sta scomparendo – di piante arse che rappresentano il territorio antropico del deserto del Gipson Ngaanyatjarra, in cui stavamo lavorando; in quel territorio, come in altre zone tradizionali d’Australia, vengono ancora praticati gli incendi controllati per la rigenerazione del suolo. Quello è un paesaggio raro che va scomparendo, per questo ho voluto immortalarlo”.

Quanto ti piace coinvolgere il tuo spettatore?

“Poiché credo che l’arte debba rivolgersi a tutti per poter “seminare” e per cambiare le cose, amo rendere lo spettatore partecipe delle mie opere.
La performance Operazione Campo Base del progetto Restoring the World ne è un chiaro esempio: ho voluto che i partecipanti assumessero la consapevolezza dell’azione che stavano facendo e vivessero l’arte – spesso per la prima volta – sia come un mezzo di comunicazione, sia come uno strumento di cambiamento interiore e sociale (nell’ottica della costruzione di qualcosa, dell’abbattimento dei muri mentali e della responsabilizzazione personale)”.

Parliamo del progetto artistico relativo al ghiacciaio Presena. Ciò che hai attuato è una vera e propria fusione con l’habitat: potresti parlarmi di questo tuo lavoro? In cosa consiste la cosiddetta “archiviazione del paesaggio” che hai compiuto? Possiamo definirlo un imprinting?

“L’archiviazione del paesaggio, se così vogliamo definirla, proviene dalla mia formazione in restauro del mosaico antico che mi ha forgiata, con particolare attenzione alla cura e alla conservazione di quei frammenti di paesaggio antropico che andavano deteriorandosi.
Ciò che faccio è applicare questi principi al paesaggio naturale geologico in erosione, ai ghiacciai in discioglimento, alle zone urbane in espansione che si sostituiscono alle foreste, a pratiche antropiche legate all’ambiente che stanno andando in disuso e che precludono una profonda e dettagliata conoscenza del territorio.
Il progetto Ghiacciaio Presena è dedicato, per l’appunto, a uno dei ghiacciai italiani che si sta sciogliendo ad altissima velocità, con un ritiro di quasi un metro all’anno.
I calchi e le calcografie eseguite sulle pareti della montagna che, una volta, ospitava un’enorme distesa di ghiaccio, e alcuni massi delle sassaie, sono stati oggetto delle mie opere per parlare di ciò che accade su queste vette“.

Quali calchi hai eseguito?

“Ho preso il calco di massi erratici, un tempo strascinati dal giaccio, e la calcografia di pareti in cui la lingua del ghiacciaio ha inscritto la roccia scolpendola con la propria pressione e disegnando linee che ne descrivono il proprio ritiro nel tempo. Credo che questa storia scritta nella roccia debba essere portata all’attenzione di tutti noi che, ora, viviamo nel cosiddetto Antropocene”.

 

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Giorgia Severi, Ghiacciaio Presena (Blocco Presanella / Adamello), dittico, calcografia del ritiro del ghiacciaio, 2016, grafite, carbone e pigmenti su carta, 1x3 mt. Courtesy e foto credits dell’artista e Renata Fabbri Gallery Milano.

 

Vorrei che mi spiegassi meglio il concetto: che cosa si archivia di un paesaggio?

L’archiviazione di un paesaggio non si rivolge solo all’ambiente in sé, ma a tutti quei paesaggi culturali che esprimono le pratiche antropiche capaci di legare l’Uomo al territorio, quando questo è ricco di conoscenza.
È ciò che, in modo particolare, sta scomparendo. L’erosione non è solo terrestre, su montagne e campi agricoli, ma anche intellettuale a causa, ahimè, di una sorta di disconnessione dalla cultura”.

Possiamo agire positivamente, in questo senso?

“Certamente. La nostra azione può e deve essere anche positiva, qui non si accusa esclusivamente l’antropia negativa, ma si cerca di utilizzare l’arte come mezzo di comunicazione in grado di aprire nuove porte.
Una prova di questo risiede nel Progetto Presena: l’azione artistica performativa ha vissuto, fisicamente e direttamente, la montagna alla quale il progetto stesso si stava rivolgendo. Tutto ciò con grande sforzo nel tempo.
L’azione antropica, in questo caso, ha agito e toccato quel luogo sia concettualmente sia con mano, con materiale da scalata e da ferrata: ciò mi ha consentito di prendere consapevolezza di un luogo in cui, oltre al disgelo del ghiacciaio, i nostri avi avevano combattuto il conflitto del ’15-’18”.

È stata un’esperienza emozionante?

Giorgia Severi, "Albedo", installazione, 2016, tessuto geotessile, 5x2 mt. Courtesy e foto credits dell'artista e Renata Fabbri Gallery Milano. Particolare della mostra "Beyond Landscape", Galleria Renata Fabbri, Milano.

Giorgia Severi, “Albedo”, installazione, 2016, tessuto geotessile, 5x2 mt. Courtesy e foto credits dell’artista e Renata Fabbri Gallery Milano. Particolare della mostra “Beyond Landscape”, Galleria Renata Fabbri, Milano.

“Sì, molto emozionante. Poi, sul ghiacciaio, c’è la controversa corsa ai ripari: la lingua bianca è ricoperta di telone geotessile per rallentare il discioglimento del ghiaccio. Questo è stato un altro fattore antropico al quale ho dovuto prestare molta attenzione.
È qui che è nata l’opera Albedo, un’installazione di 5 mt di materiale geotessile che evoca il ghiacciaio imitandone la forma, ma in cui il materiale dell’Uomo ha funzione di tutela”.

A cosa stai lavorando, in questo momento? Puoi darci una piccola anticipazione?

“Ora sto lavorando al mio rientro in Italia. Ho molte idee e molti progetti che aspettano l’occasione e la stagione giusta per aprirsi. Sono sì progetti d’arte, ma alcuni relativi alla nuova vita in Italia in cui la pratica nella natura sarà ancora più profonda”.

Dove sarai nei prossimi mesi?

“Per ora è in corso la mostra Back to the Land alla Galleria Studio La Città di Verona fino al 23 febbraio, curata da Andrea Lerda di Platform Green. E poi ci sarà qualche sorpresa in arrivo”.

 

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Foto di copertina: Joshua Hibbert via Unsplash.